Gli ultimi dati ISTAT ci comunicano che l’aspettativa di vita degli italiani si allunga in media di cinque mesi, rispetto al 2013. La notizia ha immediatamente scatenato un acceso dibattito sull’età pensionabile. Io penso, invece, che dati come questi obblighino chi amministra la cosa pubblica a ripensare, prima di tutto, alla qualità del welfare del proprio territorio, a partire dalla sanità.

La Lombardia si fregia di eccellenze ospedaliere, ha dato vita a sinergie tra il settore pubblico e quello privato, che si affermano come un modello anche a livello nazionale. Ma cosa accade quando ci si allontana da queste eccellenze? Me lo raccontano molti amici medici: nel fine settimana, il pronto soccorso degli ospedali si affolla di anziani non autosufficienti che le famiglie collocano lì perché non hanno altro modo per prendere un po’ di respiro. La riforma sanitaria di Maroni ha puntato su poli di eccellenza, affermando il principio della libertà di scelta individuale di fronte al mercato. Io penso che occuparsi di sanità pubblica significhi anche “garantire, prendere in carico, accompagnare chi ha bisogno di cure, affermando il valore della medicina di territorio, della rete di poliambulatori. Le persone non autosufficienti sono 400mila in Lombardia. Tra loro solo 60mila hanno un posto nelle RSA (residenze sanitarie assistenziali). Chiediamoci, innanzi tutto, a che prezzo. I vostri pareri sono concordi: il prezzo è altissimo. La legge, infatti, prescrive che la Regione paghi la componente sanitaria del ricovero, cioè il 50% della retta, ma nei fatti le famiglie pagano più del 50%, e i dati in proposito non vengono fatti circolare proprio per questa ragione. E chi non può permettersi un posto in RSA? In 130 mila pagano una badante, spesso una persona non qualificata, magari in nero o con l’assegno di accompagnamento INPS. Ma il mio pensiero va soprattutto alle 200.000 famiglie che si devono arrangiare, che devono fare da sole. Famiglie lasciate a se stesse, fuori dal radar dei servizi pubblici.

Le dinamiche demografiche descritte dall’Istat ci obbligano, una volta di più, a ripensare il nostro modello sanitario, soprattutto nell’accompagnamento dei malati cronici tra gli anziani, circa tre milioni e mezzo di persone tra i Lombardi, quasi uno su tre. Per loro il modello di cura che non può essere quello della degenza ospedaliera. Una giornata in ospedale costa quanto quattro settimane di assistenza domiciliare. Non è economicamente sostenibile.

È necessario colmare al più presto le lacune della riforma sanitaria del 2014, ripensare l’architettura del sistema, ripartendo dalla cura delle patologie meno gravi o croniche, dall’assistenza regolare e dalla presa in carico delle persone non autosufficienti.

Condividi...
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail this to someone